
Capisco che ormai è stato sdoganato tutto e che la storia sia trascurata o peggio rivista. Però a mio modestissimo avviso ci sono dei limiti che non andrebbero oltrepassati.

La famosa frase di Cesare Pavese scritta in La luna e i falò: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via…” mi offre lo spunto per una riflessione.
Qualche giorno addietro, su una famosa pagina FB moncalvese (di cui ne scorgo sempre più chiaramente i limiti) è ricomparso un post nostalgico su quanto era bella Moncalvo, quanti negozi c’erano, come è cambiata (sottointeso in peggio) e così via.
Ovviamente il post ha nuovamente scatenato decine di commenti a tono, leggendo i quali ho scoperto che si sta provando a scrivere un libro sulla storia dei negozi di Moncalvo.
Iniziativa che rispetto, ci mancherebbe, ma che trovo nostalgica e inutile.
Nostalgica perché idealizza un passato che non potrà tornare e dal quale non si vuole imparare per guardare al futuro. E inutile perché non serve a promuovere una vera cultura commerciale e d’impresa della quale siamo carenti.
Questa cosa del continuare a guardarsi l’ombelico (Moncalvo, la storia di Moncalvo, i negozi di Moncalvo eccetera) senza alzare lo sguardo oltre le nostre colline è il segno della nostra decadenza. Della nostra incapacità di affrontare la realtà e il mondo.
Siamo sempre più poveri culturalmente e incapaci di affrontare le sfide che sono davanti a noi e per questo idealizziamo un passato guardandolo con nostalgia, ma senza impararne la lezione.
Aveva ragione Pavese: un paese ci vuole, ma per andare via. Per non rimanere intrappolato da una cultura chiusa, autoreferenziale, che non alza lo sguardo oltre le colline. Un paese ci vuole per darci la spinta iniziale, per avere una pista di lancio per la vita e per il futuro.
Moncalvo (e i moncalvesi) riusciranno finalmente ad alzare lo sguardo oltre la propria collina?

Tutte le volte che ritorno a Milano rimango affascinato e colpito per quanto dobbiamo a questa città. Io provinciale e piemontese che ama comunque Torino, è comunque consapevole dei limiti della nostra “metropoli piemontese” che, checché se ne dica, manca di quel quid che invece distingue la lombarda Milano.

Milano è la città che ci rende internazionali, europei. La città dove accadono le cose; dove lo sguardo non si ferma alla collina di fronte. Noi vediamo Milano come il futuro e loro forse ci vedono come qualcosa comunque da preservare come avevo già scritto qui.

Che stranezza! Noi invidiamo la loro capacità di vivere nella modernità, lo stare sempre al passo con i tempi, la frizzante vita culturale e mondana. E loro invece ci invidiano la nostra vita più slow, più a misura d’uomo e non sempre una perenne corsa.
L’Italia è piena di città con storie straordinarie, eppure credo che nessuna sia come Milano e il suo incredibile mix di storia e modernità.


Questo primo post del 2023 è per tranquillizzare i miei affezionati (ancora?) 5 lettori che non ho abbandonato il blog.
E’ un periodo un poco difficile anche per me; ma non intendo annoiarvi con parole tristi. Guardiamo a questo nuovo anno con fiducia e speranza.
Riscopriamo la nostra umanità cercando di mantenere (ricostruire) quelle reti di relazioni, affetti, amicizie che danno significato alla nostra vita, al nostro essere umani. Perché quando si allargano le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri.
Che davvero questo nuovo anno ci permetta di realizzare i nostri sogni.

Riprendendo e parafrasando una vecchia battuta che circola online, “e anche quest’anno la Fiera del Tartufo ce la siamo levata dai coglioni”.
Ecco, non so voi come avete vissuto questa 68° edizione; a me è sembrato che ormai questo format mostri palesemente la corda; come mi ha confermato un caro amico.
Certo i numeri sono stati impressionanti; aspettiamo i dati ufficiali, ma certamente l’afflusso di turisti e visitatori durante i due week end della fiera è stato veramente grande.
Però penso che i numeri non siano tutto e come avevo cercato di dire lo scorso anno in questo post, una qualche forma di rinnovamento è sempre più urgente.
Non starò a citare nuovamente la gestione “allegra e inconcludente” della presenza in rete della Fiera. Non serve a nulla avere sito web e profili social Instagram e Facebook se non sono costantemente seguiti e aggiornati e non raccontano l’evento.
Girando per la fiera invece ho avuto la fortuna di ascoltare storie che davvero meriterebbero di essere raccontate durante l’evento; perché il territorio non sono solo le colline. Il territorio lo fanno le persone con le loro vite e le loro scelte, ed un evento che si vanta (a livello nazionale) di raccontare il territorio del Monferrato non lo può farlo solo fornendo stand e intervistando in maniera pelosa il politico di turno.
Penso alle storie dell’Azienda Agricola Olivetta con la sua sperimentazione dei vini bianchi e rossi, oppure dell’Azienda Agricola Garino con i suoi vini biologici (e le donne protagoniste), o ancora dell’Azienda La Collina degli Ameri e la loro passione per la Bagnacauda.
Ma alla fiera ci sono decine di altre storie, tutte da raccontare, tutte da valorizzare. E sarebbe il caso che già adesso, i responsabili della fiera, iniziassero a pensare come farlo.
Cambiare non è segno di paura, anzi, è la capacità di adattarsi al cambiamento, sapendo trasmettere (uso una parola grossa) valori che non mutano, ma che vanno adeguati ai tempi. Penso, forse non a caso, a due grandissimi uomini di cultura del nostro territorio e precisamente a Cesare Pavese e Nuto Revelli.
Dobbiamo cambiare, non fosse altro per la storia della nostra Fiera del tartufo e per le persone che l’hanno fatta diventare così importante. Lo dobbiamo anche a loro.
Quest’anno è stata una vacanza di mare per festeggiare alcune ricorrenze importanti.
Ci siamo concessi qualche giorno nelle bellissime Marche; ospiti della bellissima struttura di Ilaria: Ortopi Country Canapa House.




Una breve vacanza che non dimenticheremo per la bellezza del mare, delle città, per l’ospitalità delle persone; per le mille attenzioni che Ilaria ci ha dato e che hanno reso speciali i nostri giorni nelle Marche.
E’ stato detto: “L’ospitalità è il modo in cui usciamo da noi stessi, è il primo passo verso l’abbattimento delle barriere del mondo. L’ospitalità è il modo in cui trasformiamo un mondo pieno di pregiudizi, un cuore alla volta.”
Noi lo abbiamo provato da Ortopi e nella Riviera del Conero.

Da ragazzo ho imparato ad amare la montagna facendo campi-scuola in questa casa dei Salesiani. Estati passati a giocare nel grande parco, in giro per Gressoney, in passeggiata verso il Colle Pinter e i suoi laghi, o verso il Passo di Valnera.
Le serate nel grande salone con i giochi che non finivano mai alle 22:30 e che cercavamo di prolungare almeno fino alle 23. Le missioni notturne verso la cucina e le spaghettate abusive delle due di notte.
Giornate di sorrisi, amicizie, incontri, circondati dalla bellezza del Monte Rosa che ci guardava benevolmente come quei sette ragazzi di Gressoney che lo scalarono per cercare la mitica valle incantata, terra di origine dei Walser.
Eravamo felici come solo i ragazzi sanno esserlo, o forse era solo perché allora era più facile essere felici rispetto ad oggi.
Ormai sono anni che quella casa è stata venduta ed è chiusa. Eppure tutte le volte che torno a Gressoney non posso fare a meno di andarla a vedere. Si cerca sempre di ritornare nei luoghi dove si è stati felici; anche quando si è coscienti che il passato non potrà ritornare. E’ una delle maledizioni di noi uomini.
Io non potrò mai fare grandi scalate o lunghi trekking, e non so nemmeno se riuscirò mai a realizzare il mio sogno di arrivare almeno alla Hochlicht (Alta Luce) o anche solo sotto la TestaGrigia. Purtroppo così è la mia vita, la vita di uno della seconda occasione. Alcune cose mi sono state ridate, altre tolte.

Ma in quella casa ho imparato ad amare la montagna, ad amarla come si amano le persone che ci sono più care. Sapendo di essere riamato così come sono, con i miei limiti e difetti.
In montagna non mi sono mai sentito inadeguato anche non potendo raggiungere una vetta. Ho imparato che conta molto di più come affronto il sentiero, piuttosto che arrivare in cima, e dove puoi solo scendere perché non puoi andare in nessun altro posto.
Ho un piccolo rito quando raggiungo una meta (un colle, un rifugio, una piccola cima): lascio una pietra che ho preso a valle. Perché anche io sono una pietra che è rotolata giù dalla vita.
E’ una delle tante cose che ho imparato in quella casa da ragazzo.

Grazie ad Adele abbiamo scoperto questa bella escursione, adatta a tutti, al lago di Antrona.
Si trova in Alta Valle Antrona ed è uno dei 4 laghi alpini della valle, utilizzati come bacini idroelettrici fin dagli anni 30 del 1900.

Essendo però l’alta valle un parco naturale l’ambiente è rimasto immutato e particolarmente suggestivo.

Una delle caratteristiche principali di questo lago è la cascata del torrente Sajont, molto suggestiva, che può essere ammirata da vicinissimo, praticamente da dietro, grazie alla passerella posta sul sentiero che permette di percorre l’intero perimetro del lago.
Alla fine della passeggia è possibile fermarsi per un delizioso spuntino al ristorante-bar La Pineta.
Un’escursione che ci è talmente piaciuta, così come tutta l’Alta Valle Antrona, che stiamo pensando di rifarci un giro quanto prima.