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Il nostro profilo social

Monday, December 6th, 2021

La disavventura che è capitata ad un’amica che seguo su Twitter mi ha spinto a riflettere su alcuni aspetti della nostra presenza in rete.

Molti degli amici che conosco hanno un profilo social su uno o più social network. Anche io non mi sono sottratto a questa regola e dopo aver tergiversato parecchio ho aperto il profilo su Twitter.

Tutti comunque siamo accumunati dalla stessa cosa: abbiamo affidato molto della nostra identità digitale al profilo social. E quando parlo di identità digitale, parlo del nostro modo di rapportarsi e rappresentarsi rispetto agli altri; parlo dei nostri pensieri, delle nostre emozioni e sentimenti sempre più spesso espressi attraverso i nostri account social; affidiamo ai social anche i nostri hobby, le nostre passioni che spesso sono diventate anche il nostro lavoro. Perché è inutile che ce lo nascondiamo: ormai la nostra presenza in rete è parte di noi, del nostro modo di essere.

Poche sono le persone che resistono a questo richiamo di identità complementare. Così come poche (credo) siano le persone che curano la propria identità digitale, sapendo bene che essa non è affatto una cosa virtuale che non ha conseguenze sulla propria vita.

Mi è sempre piaciuto il paragone tra il nostro pezzetto di rete che abitiamo e un giardino. Tutti siamo affascinati da giardini ben curati, ricchi di fiori e piante diversi, dove passeggiare e rinfrancarci. Ma un giardino comporta lavoro, spesso fatica, in prima persona.

Affidare (e affidarsi) ad altri che si prendano cura del nostro giardino, dandogli il potere di scegliere quali e quanti fiori mettere, quali e quanti alberi piantare o togliere, non mi è mai parsa una grande idea.

Così come penso che affidare completamente i nostri pensieri, le nostre riflessioni, spesso le più profonde, ad una o l’altra piattaforma social non sia il massimo. Per questo ho sempre apprezzato i blog personali.

Perlomeno nei blog personali ho io il controllo dei contenuti, del mio giardino. Poi certo sono convinto che la presenza social oggi come oggi sia importante (chi non vorrebbe la maggiore condivisione possibile dei propri buoni pensieri). Ma questa presenza social dovrebbe essere come dire la vetrina che rimanda alla vera sostanza che c’è nel nostro blog.

Tutto questo comporta lavoro, fatica, studio, voglia di imparare, consapevolezza che “cultura digitale” non è solo la capacità di saper aprire un profilo social; ma tutto quello che sta dietro e alle conseguenze cui spesso non pensiamo, di quel semplice clic di approvazione dei termini di servizio.

Perché perdere il nostro profilo social (per colpa altrui o nostra non importa) non è facile da accettare. Specie se abbiamo affidato ad esso un pezzo della nostra vita (fatta anche di sentimenti, parole, foto, link) e lo abbiamo riempito con il nostro hobby o le nostre riflessioni.

Avere più controllo del nostro giardino spetta a noi.

Moncalvo i social e la politica

Sunday, November 21st, 2021

Che Moncalvo e i moncalvesi siano famosi per seguire sempre la penultima moda della rete (internet) è ormai ampiamente risaputo e l’ho sottolineato più volte su questo blog. Perché seguire le mode non significa conoscere la rete  ed avere cultura digitale.

Ma che si continui ad usare un social (facebook e in particolare un gruppo) per fare propaganda e polemiche politiche di un livello veramente basso, è francamente un castigo che non ci meritiamo.

Se la concessione che noi moncalvesi abbiamo della res pubblica, dell’impegno civile, dell’essere comunità, si limita ad uno scambio di battute (e a volte insulti e offese allusive) sui social, certamente non andremo molto lontano né  saremo capaci di immaginare (e costruire) un futuro comune.

In informatica si usa l’espressione GIGO (garbage in, garbege out), ed è un po’ quello che ci sta succedendo. Andando a fare la lotta nel fango non se ne esce migliori; come minimo peggio di quando si è entrati.

Innovare per se o innovare anche per gli altri?

Saturday, December 5th, 2020

Leggo su una nota pagina facebook moncalvese di un commerciante che pubblica un video dove comunica a tutti che chiuderà il negozio perché non si sente di passare al nuovo registratore di cassa telematico.

E’ vero che pubblicare video e gestire pagine facebook non significa saper usare le nuove tecnologie e le opportunità offerte. Però a me pare una contraddizione.

E la contraddizione non è tanto nel rifiutare il nuovo registratore di cassa ma gestire una pagina facebook; il paradosso è proprio nell’incapacità di spiegare, di fare cultura dell’innovazione.

E se questo è un difetto che accomuna una grande fetta della società italiana, qui da noi, in Monferrato, è ancora più evidente. E badate che non si tratta poi tanto di una cattiva volontà di imparare da parte delle persone. Manca proprio la capacità di educare alle nuove tecnologie, alle opportunità che offrono. Qui da noi mancano gli insegnanti, le persone che spiegano come e perché innovare, quelle persone che con esempi pratici ti spiegano perché pensare in digitale è pensare il futuro; è guardare avanti senza nostalgia di un passato che non sarà più (volenti o nolenti) quello di prima.

Non serve a nulla innovare solo per se stessi, per il proprio privato. Porterà all’inizio benefici di mera soddisfazione personale, che però non aiuteranno altri, non spingeranno altri a seguire quella strada.

Finché questo paese continuerà a pensare analogico in pubblico, ma digitale in privato non ci sarà mai innovazione. Saremo sempre come i mie colleghi d’ufficio: ingegneri informatici per quanto riguarda la gestione dei propri gingilli elettronici personali (smartphone, pc, netflix, social, foto, ecc), ma assolutamente degli incapaci nel momento in cui si tratta di usare queste competenze nel lavoro o nella vita pubblica.

La bellezza di Twitter

Monday, July 29th, 2019

Il bravissimo Massimo Mantellini in un post sulla bellezza e sulla speranza che, nonostante tutto, c’è ancora in rete (e in Twitter).

Da leggere

Storia di una FAV e di Twitter

Friday, March 2nd, 2018

Noi trapiantati renali (come tutti i trapiantati) siamo persone speciali. Prima del trapianto il nostro corpo si è adattato a convivere con una macchina (il rene artificiale) che ci permetteva di vivere. La dialisi è di due tipi: Peritoneale o Emodialisi. Il sottoscritto ha fatto emodialisi per mezzo di una FAV prossimale al braccio destro. In parole povere una FAV è niente altro che un collegamento diretto tra una vena ed una arteria in modo che per mezzo di aghi (di giuste dimensioni) sia possibile trasferire il sangue al rene artificiale, pulirlo (questo fanno essenzialmente i reni) e rimetterlo nel paziente.

Una FAV è, nei dializzati un punto critico, e non è raro che si formino trombi o si infiammi eccetera. Quando finalmente si è tra i fortunati trapiantati, di norma la FAV non venendo più usata tende a chiudersi spontaneamente o megli si trombizza senza conseguente.

In rari casi si assiste a trombosi con infiammazione. Ebbene potevo farmi mancare qualcosa? Nella notte tra giovedì e venerdì scorso mi sveglio con un dolore al braccio e lo vedo come ci fosse una pallina da ping pong sottocute dove la FAV.

Cazzo che succede? La fistola è chiusa! Non dovrebbe essere così. Al mattino vado in ospedale e il mio nefrologo tutto “contento” mi dice: era anni che non vedevo una cosa simile un raro caso! Che culo penso io, ma in pratica? Ti va bene che sei trapiantato, niente che non si possa curare con una quindicina di giorni di antibiotico e siringate di eparina.

E così con un braccio che sembra quello di braccio di ferro, cefalosforine e eparina mi accingo a passare i miei 15 giorni fortunati di marzo.

Ma ogni cosa ha il suo risvolto positivo. Raccontando della botta di culo avuta su Twitter, mi sono ritrovato oggetto di affetto, comprensione, incoraggiamenti e vicinanza umana, come non mi era capitato da tempo. Persone sconosciute, se non la conoscenza iniziale che si può avere dopo appena tre mesi di social, che mi hanno espresso affetto e vicinanza, virtuale fin che si vuole, ma che io ho sentito sincera.

Capisco che qui stiamo sottilizzando e che non “costi nulla” mettere un like e scrivere un tweet. Ma credo anche che questi sono i nuovi strumenti di iterazione tra le persone e che lo si voglia o no dobbiamo dare un senso anche a questo. E a me piace dare un senso positivo.

Moncalvo in rete calma piatta

Saturday, January 6th, 2018

Il tenutario di questo misero blog ha iniziato il 2018 all’insegna dei cambiamenti. Dopo anni di riflessioni, ripensamenti, dubbi amletici e morettiani, serate a leggere tweet e di sconforto totale per la propria incapacità di scrivere, ha deciso il grande passo:  è attivo un account su Twitter (@mcSimoneWeil) che se volete, bontà vostra, ci si vede (legge) anche lì.

Per il resto è calma piatta sulla rete per Moncalvo. Il sito Moncalvoviva in perenne manutenzione, la pagina FB di Moncalvoviva non è niente di che e le altre pagine FB di Moncalvo non sono di livello migliore. Insomma nulla è cambiato e temo che nulla cambierà fino alle prossime elezioni. Allora vedremo il solito proliferare di siti e pagine FB piene di proclami sulle potenzialità di internet per Moncalvo e il Monferrato a cui seguiranno migliaia di like che si scioglieranno come neve al sole appena dopo.

Sono pessimista e ci vorranno anni di duro lavoro a testa bassa per recuperare questo divario digitale. Il mio augurio è di trovare 3/4 persone di buona volontà e iniziando da un piccolo progetto e con costanza, senza scoraggiarsi, andare avanti.

 

 

Facebook e la democrazia

Wednesday, November 8th, 2017

Facebook e la democrazia pubblicato da Mantellini è quel post che avresti voluto scrivere tu, tanto riesce a rendere reali e chiari, pensieri e riflessioni che hai dentro di te ma che per pigrizia/ignoranza non riesci a fissarli in forma decente.

La frase di Massimo Mantellini “È possibile peggiorare le scelte di due miliardi di persone che già pensano ingenuamente che Facebook sia Internet?” sintetizza perfettamente quanto la cultura digitale sia importante. A maggior ragione nel nostro paese, vittima di un “digital divide culturale” sempre più grande.

Parafrasando una vecchia battuta, io non temo i social network in sè, temo invece (e molto) i social network in me. Come dice tra le righe Massimo Mantellini, il pericolo lo creiamo noi stessi quando per pigrizia, ignoranza, comodità, lasciamo ai social che frequentiamo di descriverci il mondo con il loro algoritmo.

Mai come oggi abbiamo accesso completo a una quantità enorme di informazioni, molte più di quanto siamo in gradi di gestire. Lasciare che altri siano il nostro filtro informativo è un rischio enorme. Dobbiamo essere noi a farci questo filtro e possibilmente insegnare questo modo di pensare alle nuove generazioni.

Il pericolo per la democrazia non è mai qualcosa o qualcuno che è estraneo all’uomo.

 

Tra social e blog

Wednesday, January 25th, 2017

Il Guardian, giornale peraltro rispettabile, è incappato nella bufala della presunta falla sulla sicurezza di WhatsApp e si è visto arrivare una lettera di protesta da esperti di sicurezza e crittografia con la richiesta di scuse e ritiro dell’articolo.

Matteo Renzi invece, forse stanco di Twitter e Facebook, ha deciso di aprire un blog.

Possiamo pensare tutto il “male” che vogliamo di WhatsApp dopo la sua acquisizione da parte di Facebook; in particolare per la discussa possibilità che FB incroci i dati di WhatsApp con i suoi. Ma certamente come applicazione di messaggistica a livello di sicurezza intrinseca, non ha nulla da invidiare a Signal o Telegram diretti concorrenti. E l’articolo del Guardian rivela come minimo la scarsa conoscenza della materia o la fretta di voler fare a tutti i costi la notizia.

I Social e le applicazioni di messaggistica sono parte della nostra vita e dovremmo cercare di “curare” i nostri profili e imparare ad usare queste applicazioni così come ci prendiamo cura e conosciamo la nostra macchina o la nostra casa.

L’ex presidente Matteo Renzi invece ha aperto un blog. A me non dispiace che le persone aprano un blog; anzi, penso sia una buona cosa che permette di aprire la mente e confrontarsi con altri. Un blog è luogo di riflessione più approfondita rispetto ai social. Permette post lunghi, non è legato all’istante del cosa sta accadendo. Se i social sono come dei “giornali” legati all’istante, all’oggi; i blog sono i nostri diari, i nostri libri, durano mesi o anche anni. Io ho sempre pensato che scrivere un post sul blog è prima di tutto un lavoro su noi stessi, sul nostro modo di pensare e su quello che pensiamo; poi è uno sforzo di tradurre in parole questi pensieri. Non ho mai scritto un post senza prima averlo pensato e ripensato. Sarà per questo che non frequento molto i social. Non mi piace il dover sempre rispondere “online” sul momento, la frenesia del like o del mi piace, il dover per forza scrivere.

Se Renzi gestirà questo nuovo “giardino” online, per usare l’espressione cara a Mantellini, non come un social o peggio come un mero strumento di propaganda politica, ma come uno spazio di riflessione per se e per gli altri allora sarà una ricchezza per l’internet italiana.

Le nuove regole di privacy in Facebook

Thursday, November 14th, 2013

FB continua nella sua politica di avvicinamento alla “no privacy”  facendo dei piccoli passi alla volta. A prima vista sembra che la differenza rispetto a prima sia impercettibile; sei rintraccibile da chiunque, anche non iscritto a FB. Ovviamente chi è esterno a FB o che non è tuo “amico” vede solo quello che hai deciso di rendere pubblico.

Ma questa modifica è, come dire, imposta da FB ai suoi iscritti, certamente avvisandoli, ma di fatto imponendo loro o di accettare o di, in modo tortuoso e difficile, cancellarsi da FB. Esiste ovviamente anche la possibilità, come spiega FB, di utilizzare l’apposita scorciatoia per gestire la privacy. Qualcuno lo usa?

 

Quando c’era la netiquette

Monday, May 13th, 2013

Bell’articolo di Mantellini su Punto Informatico che riprende il problema della convivenza su internet e degli insulti. I “vecchi” frequentatori della rete si ricordano certamente del termine Netiquette, quell’insieme di regole di comportamento, che si imparava ad osservare frequentando internet, a volte anche a forza di “schiaffoni virtuali” dati dai più anziani ai neofiti.

Oggi sembra che la Netiquette sia una brutta parola che va bene solo per i nostalgici di una internet paritaria e autoregolata. Sempre più spesso si incontrano in rete e sui social network persone che ignorano le più elementari regole della convivenza civile, figuriamoci quelle della netiquette. Non credo dipenda solo dalla mancata conoscenza della storia di internet, del perchè e del percome è nata la rete; quanto di un sentimento diffuso di intolleranza e voglia di aggredire chi non la pensa come noi, chi difende un punto di vista diverso da nostro. Una mancanza di abitudine al dialogo socratico di chi non sa riconoscere di non possedere la verità intera e che quindi necessita anche degli altri per scoprirla.

Ma questo non è un problema della rete, semmai essa è la cartina di tornasole, di un problema ben più profondo della società, delle persone. Non sarà la censura o il controllo della rete a risolvere il problema.